Nel proseguire l’analisi della relazione tra l’ecosistema terra e le società umane, iniziata negli scorsi numeri, ci sembra ora doveroso soffermarci sulla questione dei trend demografici, della loro sostenibilità e delle loro conseguenze.
La questione delle problematiche legate alla crescita della popolazione è già sollevata nel celebre saggio di Thomas Malthus “An Essay on the Principle of Population” del 1798. La tesi di fondo sostenuta da Malthus, e ripresa poi molti anni dopo da Paul Ehrlich nel libro “The Population Bomb” (1968), è che la crescita della produttività agricola non sarà in futuro in grado di tenere il passo con la crescita della popolazione. Nel primo caso, infatti, si tratterebbe di una progressione lineare, mentre nel secondo di una curva di crescita esponenziale.
E’ interessante osservare come le previsioni dei due autori si siano solo in minima parte realizzate: Malthus non aveva tenuto conto della scoperta dei combustibili fossili, motore della rivoluzione industriale, come Ehrlich non poteva prevedere l’enorme crescita della produttività agricola avvenuta con la Green Revolution.
Le lezioni da imparare sono molteplici: gli indici di popolazione sono in fondo solo una delle variabili in gioco, dal valore di per sè scarsamente esplicativo se non sono visti in relazione alla dimensione politica, economica e all’innovazione tecnologica. Sono inoltre dati, quelli relativi per esempio ai tassi di natalità, poco utili in forma aggregata, ma estremamente interessanti se esaminati e comparati a livello regionale.
Questi dati ci mostrano oggi che la maggior parte della crescita della popolazione avviene nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”, mentre l’incidenza demografica del mondo sviluppato crolla progressivamente. Si assiste, in questi paesi ricchi, ad un progressivo invecchiamento della popolazione, fenomeno che colpisce in particolare modo Corea del Sud e Giappone, ma anche Europa e Stati Uniti. Il 2010 sarà inoltre il primo anno nella storia in cui la maggior parte della popolazione mondiale vive in città invece che in campagna. Anche l’urbanizzazione cresce in particolare nei paesi asiatici, africani e sud-americani, con lo sviluppo di enormi agglomerati urbani.
Se, come abbiamo visto, è meglio astenersi dal pronunciare apocalittiche e solenni previsioni di lungo periodo, i ragionamenti di Malthus e Ehrlich non sono tuttavia da rigettare in toto e ci portano ad alcune semplici conclusioni: la prima di queste è che un mondo in cui tutti gli esseri umani godano dell’attuale stile di vita occidentale è fisicamente insostenibile. La capacità ecologica della terra è infatti insufficiente a soddisfare una popolazione mondiale con un consumo pro capite di risorse come quello dell’europeo o dell’americano medio.
La seconda conclusione che emerge è che la legittima pretesa e il perseguimento di una maggiore ricchezza materiale da parte di questa crescente, oltre che assolutamente maggioritaria, parte della popolazione mondiale è in diretta contrapposizione con la ferma intenzione da parte degli stati ricchi di mantenere, ed anzi accrescere, l’attuale livello di sviluppo economico e di conseguenza il consumo di risorse. Ci troviamo, insomma, in un gioco a somma zero in cui i benefici per un attore devono essere per forza bilanciati dalle perdite per un altro.
Le implicazioni sul piano geopolitico, se accettiamo questi presupposti, sono nella direzione di una significativa destabilizzazione dello scenario internazionale, uno scenario in cui all’arcaica divisione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo si sovrappone quella tra paesi industrializzati in rapido invecchiamento (USA, Europa, Giappone), paesi in rapida crescita con una popolazione bilanciata (Cina, Brasile, India, Vietnam) e paesi estremamente giovani con governi ed economie deboli. Con un ulteriore aggravante: l’attuale contesto internazionale fa della competizione economica tra Stati uno dei suoi elementi principali. Tale presupposto renderà molto complicato trovare delle soluzioni in grado di porre la questione della limitazione dei consumi al centro del dibattito pubblico, in quanto le economie in crescita rivendicheranno il diritto di sfruttare i vantaggi ottenuti dalla recente industrializzazione, mentre le economie già consolidate difficilmente rinunceranno ai propri standard di consumo e ai vantaggi accumulati sugli altri paesi.
Un’obiezione verrà, a questo punto, inevitabilmente sollevata: come per Malthus ed Ehrlich, anche questa volta le previsioni si dimostreranno errate grazie allo sviluppo tecnologico e alla crescente efficienza dell’economia, che assicureranno benessere e ricchezza a tutti? E’ questo un tema che ci riserviamo di trattare nel prossimo numero.
sabato 15 maggio 2010
Una nuova guerra fredda, il Medioriente in fiamme
Eserciti in allerta, navi americane dotate di sofisticati lanciatori antimissili nelle acque territoriali, presto un sistema integrato di missili “Patriot” lungo la costa degli Stati del GCC (Gulf Cooperation Council): non è una partita a Risiko e nemmeno la trama di un film, è lo scenario del Golfo Persico.
Mentre tutto l’occidente si allarma per la pericolosità di uno Stato sciita che porta lentamente avanti un programma nucleare, minacciando, a detta dei media, sia lo Stato di Israele che l’Europa, altre Nazioni, quelle posizionate lungo le coste del Golfo, che hanno tutte le ragioni di preoccuparsi, si stanno preparando al peggio già da molti anni, incrementando le spese militari e gli accordi con gli Stati Uniti.
Torniamo momentaneamente indietro alla morte di Maometto (nel 632) quando, per la successione, nascono le divisoni tra Sciiti e Sunniti. Le lotte precipitano nel sangue fino alla sconfitta dei sostenitori di Aly (cugino di Maometto), ed il popolo Sciita viene costretto ad emigrare in tutto il Medioriente, dove per secoli verrà sfruttato, represso e maltrattato. Nel 1979 i Fedayyin ed i Mujaheddin si uniscono all’esiliato Ayatollah Kohmeini che, fomentando una rivoluzione Islamica, riesce ad abbattere il regno dello Scià di Persia creando una repubblica basata sulla “Shari'a”, la legge di Dio.
Il programma di Kohmeini non si limitava all’Iran ma mirava ad esportare la rivoluzione in tutti quegli Stati monarchici governati da sunniti che per più di mille anni hanno sottomesso e represso le minoranze sciite al loro interno. L’Ayatollah voleva distruggere il sunnismo in tutta la regione ma gli Stati Uniti, con le monarchie Arabe, riuscirono a contenere la rivoluzione al solo territorio iraniano.
Dal 2003 un terremoto ha però scosso i Regni della penisola quando in Iraq il regime Sunnita per eccellenza viene abbattuto in nome della “democrazia”. Questa però non sempre porta alla pace: le richieste della nuova maggioranza sciita, repressa per anni, esplodono infatti in scontri violenti con la nuova minoranza sunnita, un vero e proprio “assist” all’Iran che, grazie ad ingenti finanziamenti, può contare su nuove maggioranze sciite anche in Libano, dove dal 2006 il partito di Hezbollah ha acquisito molto potere. È un asse tripartito, una Mezzaluna Sciita guidata da Teheran che illegalmente porta avanti una vera e propria guerra di religione, finanziando anche le rivolte tra Yemen e Arabia Saudita: qui la situazione è molto simile agli scontri paralleli tra USA e URSS durante la guerra fredda, ora però Ahmadinejad e chi con lui stanno solo testando le capacità dei loro finanziamenti alla ribellione, mentre in futuro lo scontro regionale è assicurato.
Pur essendo limitato da numerose sanzioni economiche, l’Iran riesce a muovere il proprio denaro grazie al sostegno di Dubai: sembrerà strano ma gli Emirati pur essendo Arabi preferiscono i soldi al rispetto dei valori sunniti ed è proprio questo che ha causato l’insolvenza della “Dubai World”. Secondo un operatore del settore economico di Dubai questa crisi è stata creata ad hoc da Gran Bretagna, Usa e Arabia Saudita per “tirare le orecchie” alla “Capitale del lusso”: ora Dubai è salva ma molto più controllata grazie all’intervento dell’Emiro di Abu Dhabi (di famiglia molto più religiosa e attenta alle politiche antisciite). È in corso quindi una vera e propria manovra di accerchiamento del nemico Iraniano: gli accordi di Dicembre del Gulf Cooperation Council incrementano ancora gli investimenti militari di collaborazione, gli Stati Uniti vengono autorizzati all’ingresso nel Golfo con le loro navi da guerra, a Febbraio, dopo un incontro con un rappresentante statunitense, il GCC ha comunicato l’installazione di uno scudo missilistico lungo tutta la costa dei sei Stati parte. L’Iran è deciso ad appropriarsi del trono di guida nel sistema egemonico regionale attraverso la destabilizzazione interna delle monarchie Arabe ed il finanziamento delle rivolte sciite, allo stesso modo gli Arabi sono intenzionati ad evitare con ogni mezzo possibile l’acquisto di ulteriore potere da parte della repubblica islamica: il prossimo teatro di conflitto sarà nuovamente il Golfo Persico.
Mentre tutto l’occidente si allarma per la pericolosità di uno Stato sciita che porta lentamente avanti un programma nucleare, minacciando, a detta dei media, sia lo Stato di Israele che l’Europa, altre Nazioni, quelle posizionate lungo le coste del Golfo, che hanno tutte le ragioni di preoccuparsi, si stanno preparando al peggio già da molti anni, incrementando le spese militari e gli accordi con gli Stati Uniti.
Torniamo momentaneamente indietro alla morte di Maometto (nel 632) quando, per la successione, nascono le divisoni tra Sciiti e Sunniti. Le lotte precipitano nel sangue fino alla sconfitta dei sostenitori di Aly (cugino di Maometto), ed il popolo Sciita viene costretto ad emigrare in tutto il Medioriente, dove per secoli verrà sfruttato, represso e maltrattato. Nel 1979 i Fedayyin ed i Mujaheddin si uniscono all’esiliato Ayatollah Kohmeini che, fomentando una rivoluzione Islamica, riesce ad abbattere il regno dello Scià di Persia creando una repubblica basata sulla “Shari'a”, la legge di Dio.
Il programma di Kohmeini non si limitava all’Iran ma mirava ad esportare la rivoluzione in tutti quegli Stati monarchici governati da sunniti che per più di mille anni hanno sottomesso e represso le minoranze sciite al loro interno. L’Ayatollah voleva distruggere il sunnismo in tutta la regione ma gli Stati Uniti, con le monarchie Arabe, riuscirono a contenere la rivoluzione al solo territorio iraniano.
Dal 2003 un terremoto ha però scosso i Regni della penisola quando in Iraq il regime Sunnita per eccellenza viene abbattuto in nome della “democrazia”. Questa però non sempre porta alla pace: le richieste della nuova maggioranza sciita, repressa per anni, esplodono infatti in scontri violenti con la nuova minoranza sunnita, un vero e proprio “assist” all’Iran che, grazie ad ingenti finanziamenti, può contare su nuove maggioranze sciite anche in Libano, dove dal 2006 il partito di Hezbollah ha acquisito molto potere. È un asse tripartito, una Mezzaluna Sciita guidata da Teheran che illegalmente porta avanti una vera e propria guerra di religione, finanziando anche le rivolte tra Yemen e Arabia Saudita: qui la situazione è molto simile agli scontri paralleli tra USA e URSS durante la guerra fredda, ora però Ahmadinejad e chi con lui stanno solo testando le capacità dei loro finanziamenti alla ribellione, mentre in futuro lo scontro regionale è assicurato.
Pur essendo limitato da numerose sanzioni economiche, l’Iran riesce a muovere il proprio denaro grazie al sostegno di Dubai: sembrerà strano ma gli Emirati pur essendo Arabi preferiscono i soldi al rispetto dei valori sunniti ed è proprio questo che ha causato l’insolvenza della “Dubai World”. Secondo un operatore del settore economico di Dubai questa crisi è stata creata ad hoc da Gran Bretagna, Usa e Arabia Saudita per “tirare le orecchie” alla “Capitale del lusso”: ora Dubai è salva ma molto più controllata grazie all’intervento dell’Emiro di Abu Dhabi (di famiglia molto più religiosa e attenta alle politiche antisciite). È in corso quindi una vera e propria manovra di accerchiamento del nemico Iraniano: gli accordi di Dicembre del Gulf Cooperation Council incrementano ancora gli investimenti militari di collaborazione, gli Stati Uniti vengono autorizzati all’ingresso nel Golfo con le loro navi da guerra, a Febbraio, dopo un incontro con un rappresentante statunitense, il GCC ha comunicato l’installazione di uno scudo missilistico lungo tutta la costa dei sei Stati parte. L’Iran è deciso ad appropriarsi del trono di guida nel sistema egemonico regionale attraverso la destabilizzazione interna delle monarchie Arabe ed il finanziamento delle rivolte sciite, allo stesso modo gli Arabi sono intenzionati ad evitare con ogni mezzo possibile l’acquisto di ulteriore potere da parte della repubblica islamica: il prossimo teatro di conflitto sarà nuovamente il Golfo Persico.
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Vienna e dopo Vienna
L'11 e il 14 marzo, a Vienna, si è tentato di mettere in scena una protesta europea contro il Processo di Bologna. Di questa protesta -il Bologna Burns- si possono leggere diversi reportage precisi e dettagliati (www.uniriot.org; bolognaburns.org), con questo articolo si spera invece di portare in luce alcune tematiche che, vivendo il contro-vertice in prima persona, mi sono sembrate interessanti.
Linguaggio: Già il fatto che si debbano svolgere assemblee e seminari in inglese (purtroppo non tutti) obbliga ad una riflessione politica importante sulla traduzione. Tradurre le proprie tematiche, le proprie proposte e i propri slogan non equivale ad un'operazione tecnica, ma significa sapere il contesto in cui temi e slogan vengono esplicitati, la situazione che si sta vivendo, le condizioni di vita. Significa conoscere le forme di vita che il linguaggio porta con sé.
Il Bologna Burns fa esplodere la questione della traduzione che, nel nostro tentativo di costruire network e reti orizzontali, non può essere delegata. La prospettiva che ci si apre è tradurre ogni nostra iniziativa locale (l'attacco locale è già offensiva globale contro il Bologna Process, contro il suo dispiegamento, e ciò è stato affermato più volte) e ogni seminario di autoformazione/Self-education nella dimensione globale. Tra l'altro questa prospettiva è già presupposta dal lavoro di ricerca che non può non essere globale.
Movimento: a) A Vienna l'apertura del famoso spazio europeo della protesta e del conflitto è avvenuto in una dimensione di massa e non di delegati. Con la nostra presenza massiccia come Network Uniriot, con i molti studenti dalla Germania e dai Balcani, si è creata una dinamica collettiva di partecipazione e di confronto. Probabilmente fare un paragone con la EuroMayDay può essere interessante. b) Vedere il movimento nel senso letterale di mobilità è fondamentale. Seppure con la sua difficoltà, possiamo farlo: le lotte per un nuovo welfare e contro il razzismo sono la lotta per la mobilità e quindi la lotta per costruire l'autoriforma/self-reform dell'università a livello globale. Ogni borsa di studio per la mobilità internazionale è un'opportunità per tessere relazioni e, quindi, costruire spazi diretti di comunicazione trans-nazionale.
Pratiche: a) Le pratiche/practices nella piazza. Si è scesi in piazza per bloccare le strade, gli incroci, la viabilità di Vienna. Quindi, ancora una volta, i blocchi, come in Francia, come in Italia, come in tutta Europa. L'orizzontalità è stata ricercata in tutti i modi ed in tutte le situazioni, dai seminari alla gestione della piazza, con risultati a volte confusi e altre volte molto interessanti.
b) Pratiche discorsive. Quello di cui si è parlato e il modo in cui se ne è parlato sono stati interessanti poiché la crisi, economica ed ecologica, è stata affrontata diverse volte insieme alla questione della precarietà con la presenza degli Squatting Teacher che hanno partecipato alla protesta.
Inoltre è stata ribadita la dimensione non solo europea della partita, con riferimento alla California, all'Iran, alla pervasività del Bologna Process oltre l'Europa.
Strumenti: L'utilizzo di strumenti di comunicazione nella rete è uno dei punti di forza della protesta viennese. Vienna è stata una buona palestra nell'utilizzo di social network e nella comunicazione multimediale. Le analogie con l'Iran e la California sono evidenti, tra YouTube e Twitter, dove esistono canali internazionali di studenti che protestano. Ci siamo posti così questioni sia interessanti che strane: - Cosa è un Bar Camp? - Come si utilizza Twitter? -Come si fa una diretta sui social network con sms? - Come si fa un documento wiki? - E la diretta streaming?
Non siamo tornati da Vienna con una rete europea, ma sono state create nuove e importanti relazioni. Solo all'interno di una dimensione di massa si potrà definire se riusciremo ad acquisire una forza europea e globale nelle lotte delle università e dei territori.
Linguaggio: Già il fatto che si debbano svolgere assemblee e seminari in inglese (purtroppo non tutti) obbliga ad una riflessione politica importante sulla traduzione. Tradurre le proprie tematiche, le proprie proposte e i propri slogan non equivale ad un'operazione tecnica, ma significa sapere il contesto in cui temi e slogan vengono esplicitati, la situazione che si sta vivendo, le condizioni di vita. Significa conoscere le forme di vita che il linguaggio porta con sé.
Il Bologna Burns fa esplodere la questione della traduzione che, nel nostro tentativo di costruire network e reti orizzontali, non può essere delegata. La prospettiva che ci si apre è tradurre ogni nostra iniziativa locale (l'attacco locale è già offensiva globale contro il Bologna Process, contro il suo dispiegamento, e ciò è stato affermato più volte) e ogni seminario di autoformazione/Self-education nella dimensione globale. Tra l'altro questa prospettiva è già presupposta dal lavoro di ricerca che non può non essere globale.
Movimento: a) A Vienna l'apertura del famoso spazio europeo della protesta e del conflitto è avvenuto in una dimensione di massa e non di delegati. Con la nostra presenza massiccia come Network Uniriot, con i molti studenti dalla Germania e dai Balcani, si è creata una dinamica collettiva di partecipazione e di confronto. Probabilmente fare un paragone con la EuroMayDay può essere interessante. b) Vedere il movimento nel senso letterale di mobilità è fondamentale. Seppure con la sua difficoltà, possiamo farlo: le lotte per un nuovo welfare e contro il razzismo sono la lotta per la mobilità e quindi la lotta per costruire l'autoriforma/self-reform dell'università a livello globale. Ogni borsa di studio per la mobilità internazionale è un'opportunità per tessere relazioni e, quindi, costruire spazi diretti di comunicazione trans-nazionale.
Pratiche: a) Le pratiche/practices nella piazza. Si è scesi in piazza per bloccare le strade, gli incroci, la viabilità di Vienna. Quindi, ancora una volta, i blocchi, come in Francia, come in Italia, come in tutta Europa. L'orizzontalità è stata ricercata in tutti i modi ed in tutte le situazioni, dai seminari alla gestione della piazza, con risultati a volte confusi e altre volte molto interessanti.
b) Pratiche discorsive. Quello di cui si è parlato e il modo in cui se ne è parlato sono stati interessanti poiché la crisi, economica ed ecologica, è stata affrontata diverse volte insieme alla questione della precarietà con la presenza degli Squatting Teacher che hanno partecipato alla protesta.
Inoltre è stata ribadita la dimensione non solo europea della partita, con riferimento alla California, all'Iran, alla pervasività del Bologna Process oltre l'Europa.
Strumenti: L'utilizzo di strumenti di comunicazione nella rete è uno dei punti di forza della protesta viennese. Vienna è stata una buona palestra nell'utilizzo di social network e nella comunicazione multimediale. Le analogie con l'Iran e la California sono evidenti, tra YouTube e Twitter, dove esistono canali internazionali di studenti che protestano. Ci siamo posti così questioni sia interessanti che strane: - Cosa è un Bar Camp? - Come si utilizza Twitter? -Come si fa una diretta sui social network con sms? - Come si fa un documento wiki? - E la diretta streaming?
Non siamo tornati da Vienna con una rete europea, ma sono state create nuove e importanti relazioni. Solo all'interno di una dimensione di massa si potrà definire se riusciremo ad acquisire una forza europea e globale nelle lotte delle università e dei territori.
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Il Grande Silenzio
Ultimamente, in particolare al di fuori dell'italico stivale, sta imperversando un'aria pesantissima sul Vaticano. In Italia ovviamente la bufera è arrivata sotto forma di leggera brezza primaverile ma, la gravità delle accuse ha fatto sì che qualche cosa sfuggisse alle maglie del controllo e arrivasse anche qui. Da una parte le accuse di pedofilia ecclesiastica, dall'altra gli insabbiamenti avvenuti grazie all'intervento delle gerarchie.
Curioso che tante denunce pubbliche dal balcone papale non siano state seguite dalle uniche denunce che abbiano una qualche utilità pratica, quelle penali. Curioso anche perché, in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede lo stesso Ratzinger deve essere venuto a conoscenza di situazioni sufficientemente gravi da essere passibili di denuncia, eppure nulla, il vuoto, il grande silenzio. Anzi, gli unici documenti che rivelano stralci di corrispondenza dell'allor prefetto indicano tutt'altra linea di condotta: l'attesa vince sull'azione.
Pur di sviare l'attenzione dal reale svolgimento dei fatti e dalle responsabilità individuali e culturali, si è preferito inventare una cospirazione massonico-ebraica e paragonare la pedofilia all'omosessualità, dando prova di un radicamento sulle stesse posizioni dei precedenti secoli (tuttavia possiamo sperare che, come per Galileo, i Beatles e la lapidazione della donna infedele sulla pubblica piazza anche su questo fra qualche millennio la santa sede esprimerà posizioni lievemente più aperte).
Si è notato che molto spesso i preti accusati di pedofilia vengono generalmente trasferiti in parrocchie italiane, una frequenza che potrebbe sembrare qualcosa di più di una mera coincidenza. Forse un indizio può essere il fatto che lo stesso partito di destra che ieri voleva “sterilizzare” i pedofili oggi fa scudo attorno al pontefice sbandierando il fantasma della cospirazione massonica.
Il trucco è vecchio quanto collaudato, una volta accusati e nell'impossibilità di provare la propria innocenza basta svilire gli accusatori ed i testimoni e allora ecco arrivare la sacra arrampicata sui vetri; la colpa non è da attribuirsi all'omertà ecclesiastica o alla repressione sessuale richiesta dalla disciplina clericale, la colpa è dei costumi, del disfacimento morale, o magari del singolo sacerdote che prima di essere prete è omosessuale (sic) ma non si disperi perché la scienza vaticana provvederà a curarlo e non dal desiderio di stuprare bambini ma da presunte “inclinazioni omosessuali” che sarebbero la causa prima del pernicioso atteggiamento. La cosa sarebbe di un delizioso humour nero se non implicasse sofferenze psicologiche atroci per le vittime. C'è da notare poi come la criminale storiella che equipara pedofilia ed omosessualità dimentichi le bambine vittime di abusi clericali; del resto, perché questa farsa grottesca sia anche solo pensabile, si devono cancellare le bambine e costituire giocoforza una gerarchia delle vittime: “I bambini non li abbiamo toccati e chi lo ha fatto era un finocchio che per sbaglio è diventato prete. Le bambine ? Quali bambine? Noi non abbiamo visto nessuna bambina”. Anche questo atteggiamento non ha nulla di sorprendente ma è, invece, decisamente normale per una gerarchia sessista e patriarcale barattare una ridicola scusa con l'integrità psicofisica delle donne.
La crocifissione della vittima per render salvo il carnefice non è l'unica strategia di copertura; si può anche ricorrere alla delegittimazione del sistema giudiziario tesa, quest’ultima a dimostrare che non serve che la questione sia trattata da un tribunale laico dato che esiste già una giustizia vaticana che dispone di metodi efficacissimi di indagine e condanna. Metodi come il “crimen solicitationis”, un documento interno della Congregazione per la Dottrina della Fede che delinea la procedura di diritto canonico destinata a trattare i casi di abusi sessuali per i quali ovviamente viene prescritta la più assoluta segretezza durante tutte le fasi del dibattimento.
Anche qui la faccenda è tragicomica visto e considerato che si pretende il predominio d'un tribunale interno, privo di qualsiasi giurisdizione reale, sul giudizio di un tribunale civile; passa poi la voglia di ridere quando ci si rende conto che questa pretesa è perfettamente coerente con tutto ciò che in passato è stato concesso al ministato vaticano: prebende ed elargizioni, esenzioni fiscali e dai controlli per l'operato dello IOR, leggi sanitarie su misura ed effettivamente non ci sarebbe nulla di strano se un bel giorno gli si concedesse pure di auto-assolversi dai propri crimini.
Curioso che tante denunce pubbliche dal balcone papale non siano state seguite dalle uniche denunce che abbiano una qualche utilità pratica, quelle penali. Curioso anche perché, in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede lo stesso Ratzinger deve essere venuto a conoscenza di situazioni sufficientemente gravi da essere passibili di denuncia, eppure nulla, il vuoto, il grande silenzio. Anzi, gli unici documenti che rivelano stralci di corrispondenza dell'allor prefetto indicano tutt'altra linea di condotta: l'attesa vince sull'azione.
Pur di sviare l'attenzione dal reale svolgimento dei fatti e dalle responsabilità individuali e culturali, si è preferito inventare una cospirazione massonico-ebraica e paragonare la pedofilia all'omosessualità, dando prova di un radicamento sulle stesse posizioni dei precedenti secoli (tuttavia possiamo sperare che, come per Galileo, i Beatles e la lapidazione della donna infedele sulla pubblica piazza anche su questo fra qualche millennio la santa sede esprimerà posizioni lievemente più aperte).
Si è notato che molto spesso i preti accusati di pedofilia vengono generalmente trasferiti in parrocchie italiane, una frequenza che potrebbe sembrare qualcosa di più di una mera coincidenza. Forse un indizio può essere il fatto che lo stesso partito di destra che ieri voleva “sterilizzare” i pedofili oggi fa scudo attorno al pontefice sbandierando il fantasma della cospirazione massonica.
Il trucco è vecchio quanto collaudato, una volta accusati e nell'impossibilità di provare la propria innocenza basta svilire gli accusatori ed i testimoni e allora ecco arrivare la sacra arrampicata sui vetri; la colpa non è da attribuirsi all'omertà ecclesiastica o alla repressione sessuale richiesta dalla disciplina clericale, la colpa è dei costumi, del disfacimento morale, o magari del singolo sacerdote che prima di essere prete è omosessuale (sic) ma non si disperi perché la scienza vaticana provvederà a curarlo e non dal desiderio di stuprare bambini ma da presunte “inclinazioni omosessuali” che sarebbero la causa prima del pernicioso atteggiamento. La cosa sarebbe di un delizioso humour nero se non implicasse sofferenze psicologiche atroci per le vittime. C'è da notare poi come la criminale storiella che equipara pedofilia ed omosessualità dimentichi le bambine vittime di abusi clericali; del resto, perché questa farsa grottesca sia anche solo pensabile, si devono cancellare le bambine e costituire giocoforza una gerarchia delle vittime: “I bambini non li abbiamo toccati e chi lo ha fatto era un finocchio che per sbaglio è diventato prete. Le bambine ? Quali bambine? Noi non abbiamo visto nessuna bambina”. Anche questo atteggiamento non ha nulla di sorprendente ma è, invece, decisamente normale per una gerarchia sessista e patriarcale barattare una ridicola scusa con l'integrità psicofisica delle donne.
La crocifissione della vittima per render salvo il carnefice non è l'unica strategia di copertura; si può anche ricorrere alla delegittimazione del sistema giudiziario tesa, quest’ultima a dimostrare che non serve che la questione sia trattata da un tribunale laico dato che esiste già una giustizia vaticana che dispone di metodi efficacissimi di indagine e condanna. Metodi come il “crimen solicitationis”, un documento interno della Congregazione per la Dottrina della Fede che delinea la procedura di diritto canonico destinata a trattare i casi di abusi sessuali per i quali ovviamente viene prescritta la più assoluta segretezza durante tutte le fasi del dibattimento.
Anche qui la faccenda è tragicomica visto e considerato che si pretende il predominio d'un tribunale interno, privo di qualsiasi giurisdizione reale, sul giudizio di un tribunale civile; passa poi la voglia di ridere quando ci si rende conto che questa pretesa è perfettamente coerente con tutto ciò che in passato è stato concesso al ministato vaticano: prebende ed elargizioni, esenzioni fiscali e dai controlli per l'operato dello IOR, leggi sanitarie su misura ed effettivamente non ci sarebbe nulla di strano se un bel giorno gli si concedesse pure di auto-assolversi dai propri crimini.
In Direzione Ostinata e contraria #3
Troppo spesso i media e le autorità attaccano gli artisti di strada definendoli “graffitari” (se va bene) o “imbratta-muri”, “vandali” senza però sapere in realtà di cosa stanno parlando... Questa rubrica si propone di avvicinarvi al complesso mondo dei graffiti e più in generale dell’arte di strada, focalizzando la vostra attenzione su questi esteti oltremodo bistrattati e sulla loro produzione artistica. Come farlo meglio se non sentendo la voce di uno di loro? A questo proposito ho intervistato Ivan Tresoldi, membro fondatore di Art Kitchen.
Lasciando la parola a Ivan...
Quando nasce la tua vena poetica e cosa ti ha spinto a portarla in strada? Già dagli studi liceali ho preso a cuore la poesia e mi ha interessato molto per la caratteristica di attraversare tutti i popoli e tutte le culture. La decisione di portarla in strada nasce tra il 2000 e il 2003, indipendentemente dal viaggio in Chiapas in cui sono entrato in contatto con l’Accion Poetica di Armando Alanís Pulido seppure poi quest’ultima costituisca una parte della mia poetica. Il vero motore di questa scelta è stata la forte voglia di riscatto sociale, questo perché ho sempre notato una mancanza di poesia nella nostra società e ritengo questa mancanza il sintomo di un’anomia delle relazioni sociali. Inoltre la poesia è troppo relegata, mettendola in strada l’ho resa pubblica e alla portata di tutti. Un po’ come in Art Kitchen dove facciamo società prima che arte.
Ecco... parlami di AK! Art Kitchen viene fondata nel 2007 da un progetto mio e di Jacopo Perfetti, con il tempo il collettivo è cresciuto e ora è composto da 13 persone. Nell’associazione l’obiettivo è quello di autoprodursi, infatti lavoriamo su differenti piani: dalla scuola in Palestina a mostre a Milano alla comunicazione per la grande azienda, il tutto con dei livelli di contraddizione e aderenza ai nostri valori che differiscono in base ai singoli progetti.
Appunto, non ritieni che collaborare sia con associazioni quali Emergency o a contatto con la popolazione di Haiti, sia con multinazionali come Nestlé porti a contraddirsi? Non pensi che lo stesso valga anche per aziende come LaRinascente? Non per giustificarmi, ma noi abbiamo lavorato solo indirettamente con Nestlé. Chiusa la parentesi quello che tu dici è molto vero, il problema nasce dal fatto che in Italia sono le grandi aziende che sostengono la cultura, e questo vale in particolare per LaRinascente e Campari, che hanno al loro attivo una lunga lista di artisti come Dudovich e Depero. Appunto per questo motivo noi lavoriamo con loro, poi per quel che mi riguarda ciò che davvero conta è il saldo delle pratiche. In maniera provocatoria potrei quasi dire che mi andrebbe bene lavorare per Nestlé, infatti “rubargli” soldi per restituirli ad Haiti ritengo che porti a produrre ecologia nel mondo.
Quindi preferisci sacrificare la coerenza per quei risultati? Si, per me vale più la pratica del pensiero, infatti l’intransigenza purtroppo non è applicabile a due modelli: la comunicazione e il “profitto”. E nel momento in cui vogliamo fare mostre a ingresso gratuito, portare avanti progetti educativi e pagare le 13 persone di AK i soldi da qualche parte devo trovarli...
Il problema é imputabile alle istituzioni che ignorano e anzi osteggiano l’arte? Certamente, e questo lo si vede particolarmente qui a Milano.
Cosa ne pensi delle distinzioni che tentano di fare fra arte e scarabocchi? I distinguo sono problematici, infatti non puoi dire che sia vandalismo o arte in base all’estetica ma se ha o meno un significato o una relazione fra il pubblico e l’autore da cui fluisce quell’opera, quindi non esistono scarabocchi o arte ma esiste condivisione e rispetto ad un atto che tu poni nel pubblico. Inoltre il bambino che “spacca” di tag un quartiere va compreso nel suo agire e accompagnato, qui invece di educare si criminalizza e si reprime. Quindi ben venga la parte “illegale” dell’arte come atto di protesta, magari le cose cambieranno e a quel punto il sottopassaggio di Romolo pieno di scritte diventerà colorato da disegni degli stessi autori!
Lasciando la parola a Ivan...
Quando nasce la tua vena poetica e cosa ti ha spinto a portarla in strada? Già dagli studi liceali ho preso a cuore la poesia e mi ha interessato molto per la caratteristica di attraversare tutti i popoli e tutte le culture. La decisione di portarla in strada nasce tra il 2000 e il 2003, indipendentemente dal viaggio in Chiapas in cui sono entrato in contatto con l’Accion Poetica di Armando Alanís Pulido seppure poi quest’ultima costituisca una parte della mia poetica. Il vero motore di questa scelta è stata la forte voglia di riscatto sociale, questo perché ho sempre notato una mancanza di poesia nella nostra società e ritengo questa mancanza il sintomo di un’anomia delle relazioni sociali. Inoltre la poesia è troppo relegata, mettendola in strada l’ho resa pubblica e alla portata di tutti. Un po’ come in Art Kitchen dove facciamo società prima che arte.
Ecco... parlami di AK! Art Kitchen viene fondata nel 2007 da un progetto mio e di Jacopo Perfetti, con il tempo il collettivo è cresciuto e ora è composto da 13 persone. Nell’associazione l’obiettivo è quello di autoprodursi, infatti lavoriamo su differenti piani: dalla scuola in Palestina a mostre a Milano alla comunicazione per la grande azienda, il tutto con dei livelli di contraddizione e aderenza ai nostri valori che differiscono in base ai singoli progetti.
Appunto, non ritieni che collaborare sia con associazioni quali Emergency o a contatto con la popolazione di Haiti, sia con multinazionali come Nestlé porti a contraddirsi? Non pensi che lo stesso valga anche per aziende come LaRinascente? Non per giustificarmi, ma noi abbiamo lavorato solo indirettamente con Nestlé. Chiusa la parentesi quello che tu dici è molto vero, il problema nasce dal fatto che in Italia sono le grandi aziende che sostengono la cultura, e questo vale in particolare per LaRinascente e Campari, che hanno al loro attivo una lunga lista di artisti come Dudovich e Depero. Appunto per questo motivo noi lavoriamo con loro, poi per quel che mi riguarda ciò che davvero conta è il saldo delle pratiche. In maniera provocatoria potrei quasi dire che mi andrebbe bene lavorare per Nestlé, infatti “rubargli” soldi per restituirli ad Haiti ritengo che porti a produrre ecologia nel mondo.
Quindi preferisci sacrificare la coerenza per quei risultati? Si, per me vale più la pratica del pensiero, infatti l’intransigenza purtroppo non è applicabile a due modelli: la comunicazione e il “profitto”. E nel momento in cui vogliamo fare mostre a ingresso gratuito, portare avanti progetti educativi e pagare le 13 persone di AK i soldi da qualche parte devo trovarli...
Il problema é imputabile alle istituzioni che ignorano e anzi osteggiano l’arte? Certamente, e questo lo si vede particolarmente qui a Milano.
Cosa ne pensi delle distinzioni che tentano di fare fra arte e scarabocchi? I distinguo sono problematici, infatti non puoi dire che sia vandalismo o arte in base all’estetica ma se ha o meno un significato o una relazione fra il pubblico e l’autore da cui fluisce quell’opera, quindi non esistono scarabocchi o arte ma esiste condivisione e rispetto ad un atto che tu poni nel pubblico. Inoltre il bambino che “spacca” di tag un quartiere va compreso nel suo agire e accompagnato, qui invece di educare si criminalizza e si reprime. Quindi ben venga la parte “illegale” dell’arte come atto di protesta, magari le cose cambieranno e a quel punto il sottopassaggio di Romolo pieno di scritte diventerà colorato da disegni degli stessi autori!
venerdì 30 aprile 2010
Un anticipazione del prossimo numero: CRISI DELL’UNIVERSITA’ E DEBITO STUDENTESCO
CRISI DELL’UNIVERSITA’ E DEBITO STUDENTESCO
Editoriale sottotraccia, rivista universitaria della Statale di Milano – ANNO2 NUMERO3 MAGGIO 2010 – sottotraccia.tk
Il principale problema dell’università, al di là della riforma non ancora in discussione in parlamento, è come finanziarsi. Una cosa è chiara da ormai venti anni, e la crisi l’ha resa ancora più evidente: gli Stati nordamericani ed europei intendono diminuire il loro contributo economico al sistema d’istruzione superiore. Laddove da tempo i fondi pubblici non costituiscono più la principale fonte di entrata, come in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Canada, il sostegno statale subisce una diminuzione accelerata. Nei paesi in cui il finanziamento dell’università è ancora essenzialmente pubblico, l’intero impianto viene messo in discussione. Questa è la situazione in Italia, in Francia, in Grecia e nei paesi dell’Europa dell’est. Una scelta politica precisa: le finanze pubbliche e quelle private, sempre più in crisi negli ultimi anni, devono essere risanate da un lato diminuendo i contributi e la spesa pubblica e dall’altro riorganizzando il funzionamento delle istituzioni pubbliche in un’ottica manageriale. Per l’università la musica non cambia: i soldi non ci sono, datevi da fare per trovarli!
Come salvare un' università dalla crisi finanziaria? Come diversificare ed aumentare i flussi d’entrata?
I singoli atenei, non potendo più contare sulle casse dello stato, stanno da tempo sperimentando il ricorso ad altre fonti di finanziamento, che possono essere le imprese, le banche, gli enti locali e le tasche degli studenti. Anche se gli esiti delle strategie adottate dipendono dai rispettivi contesti normativi ed economici, vi è tuttavia una tendenza già affermata ed in continua espansione: l’aumento generalizzato delle tasse a carico degli studenti. Negli Stati Uniti le tasse d’iscrizione nei college pubblici sono aumentate in media del 56% tra il 2001 e il 2006, anno in cui l’iscrizione a un corso di quattro anni costava in media $5,685. Perfino in Francia, dove l’iscrizione alla laurea triennale e al master costano rispettivamente €171 e €231, tra il 2001 e il 2009 si è registrato un aumento rispettivamente del 27% e del 70%. In Italia, tra il 2001 e il 2007 le entrate derivanti dalla contribuzione studentesca sono aumentate del 53,4%.
Gli aumenti sono stati ovunque sensibilmente maggiori all’inflazione, tuttavia perchè le tasse a carico degli studenti diventino una consistente risorsa finanziaria per gli atenei, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è necessaria la trasformazione dell’istruzione superiore in un servizio a pagamento. La risoluzione dei problemi finanziari dell’università causati dai tagli passa quindi attraverso l’affermazione del principio in base al quale gli studenti sono tenuti a pagare il costo della loro istruzione.
E’ quello che è avvenuto nel 1997 in Gran Bretagna. I pesanti tagli (riduzione nei fondi per studente del 36% tra il 1989 e il 1997) stavano portando il sistema universitario sull’orlo del collasso. Il primo governo New Labour decise quindi di porre fine alla gratuità del sistema d’istruzione superiore stabilendo nella cifra di £1.000 l’ammontare della tassa di iscrizione. Il limite fu innalzato nel 2006 a £3.000. L’attuale governo ha già annunciato dei tagli tra il 5% e il 20% che verranno applicati in seguito alle elezioni politiche, insieme all’ulteriore innalzamento del limite a £7.000 a partire dal 2013.
Ed è quello che sta avvenendo in Italia. All’inizio degli anni ’90 si posero le premesse per la fine della gratuità dell’istruzione superiore affermando il principio in base al quale gli studenti sono tenuti a contribuire al finanziamento del sistema universitario secondo dei tetti massimi stabiliti dal ministero (legge n.537/93). Nel 1997 (DpR 306/1997) il tetto massimo alla contribuzione studentesca venne reso flessibile, fissandolo nella percentuale del 20% del FFO (la principale quota del finanziamento statale). Dieci anni più tardi, la Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica del Ministero dell’Economia, invitava a innalzare il limite al 25% (doc. 2007/3 BIS): alla continua crescita delle spese degli atenei dotati di autonomia finanziaria, non corrispondeva un adeguato incremento del FFO. Nel 2009, ben 27 atenei su 61 non rispettavano il tetto del 20%. La Statale di Milano, dove quest’anno le contribuzioni studentesche si attestano al 30% del FFO, è la sesta università pubblica più costosa d’Italia. Il problema che si sta ponendo è evidentemente quello di aumentare il livello di tassazione in maniera tale da riuscire a coprire i pesanti tagli decisi dal governo (l. 133/2008). Siccome l’ulteriore aumento dei costi renderebbe l’università inaccessibile e, per quello che interessa ai baroni e al governo, implicherebbe una diminuzione degli iscritti, l’unica soluzione sarebbe la stessa che è stata usata in Gran Bretagna: l’indebitamento degli studenti attraverso i prestiti concessi dalle banche. I prestiti d’onore esistono già. Sono stati introdotti nel 2003 da BancaIntesa con un progetto sperimentale rivolto agli studenti di alcune università. Nel dicembre 2007 il ministero delle Politiche giovanili ha fatto sua l’iniziativa all’interno del progetto “diamogli credito”, che permette ai giovani dai 18 ai 35 anni la possibilità di accedere ad un finanziamento al tasso del 5,80%, coperto per metà dal Ministero e per metà dalle banche. Il ricorso al prestito erogato dalle banche per poter accedere all’istruzione superiore potrebbe presto divenire la prassi. Gli strumenti esistono già e la riforma attualmente ferma alla Commissione del Senato ne prevede l’ampliamento. Si tratta dell’unica parte del disegno di legge (art. 4) su cui maggioranza e opposizione concordano. Ovviamente la possibilità di ricorrere all’indebitamento degli studenti con le banche come soluzione ai problemi finanziari dell’università si sta facendo strada nel dibattito pubblico attraverso un discorso ben più accattivante. L’innalzamento delle tasse e il ricorso al prestito d’onore risponderebbero infatti al principio di equità sociale: permetterebbero di favorire l’accesso all’istruzione superiore da parte dei poveri e di potenziare il diritto allo studio. Come ci fanno sapere Perotti, Checchi e Rustichini (la voce.info), il sistema attuale, caratterizzato da una bassa contribuzione (il che è già di per sé discutibile) a carico degli studenti e da un sostegno pubblico al diritto allo studio molto limitato, si poggia sul trasferimento della ricchezza dai poveri (che pagano le tasse allo Stato ma i cui figli non possono frequentare l'università) ai ricchi (i cui figli frequentano l’università a basso costo). Bisognerebbe quindi aumentare le tasse, anche raddoppiarle, e introdurre la “tassa del laureato”: lo studente si indebita per potere frequentare l’università e, quando avrà trovato lavoro inizierà a restituire quanto deve con gli interessi. Si tratta esattamente della stessa argomentazione usata dai New Labour nel 1997 per portare le tasse da £0 a £1000 e per introdurre i prestiti. Come spiegò in seguito l’allora Ministro dell’Istruzione, “higher education did not raise sufficient resources to prevent a collapse in the system [..] We literally had to bite on the bullet of charging fees, and we had to do it very quickly because we knew that if we didn't we would not get it through Parliament”. Al di là delle giustificazioni ideologiche, i risultati sono sotto agli occhi di tutti: il governo inglese taglierà presto i fondi all’università e aumenterà le tasse a £7.000, e chi si è immatricolato quest’anno, quando le tasse ammontano ancora a £3000, concluderà gli studi con un debito di £23,000. Il debito studentesco continua a crescere, così come le tasse. Negli Stati Uniti il livello di indebitamento medio dei neolaureati è ancora più alto e aggravato dagli interessi a tasso variabile. Sono migliaia le persone che non riescono a estinguere i debito. Una bella ipoteca sul futuro dei laureati. Alla faccia del diritto allo studio e dell’equità sociale.
Editoriale sottotraccia, rivista universitaria della Statale di Milano – ANNO2 NUMERO3 MAGGIO 2010 – sottotraccia.tk
Il principale problema dell’università, al di là della riforma non ancora in discussione in parlamento, è come finanziarsi. Una cosa è chiara da ormai venti anni, e la crisi l’ha resa ancora più evidente: gli Stati nordamericani ed europei intendono diminuire il loro contributo economico al sistema d’istruzione superiore. Laddove da tempo i fondi pubblici non costituiscono più la principale fonte di entrata, come in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Canada, il sostegno statale subisce una diminuzione accelerata. Nei paesi in cui il finanziamento dell’università è ancora essenzialmente pubblico, l’intero impianto viene messo in discussione. Questa è la situazione in Italia, in Francia, in Grecia e nei paesi dell’Europa dell’est. Una scelta politica precisa: le finanze pubbliche e quelle private, sempre più in crisi negli ultimi anni, devono essere risanate da un lato diminuendo i contributi e la spesa pubblica e dall’altro riorganizzando il funzionamento delle istituzioni pubbliche in un’ottica manageriale. Per l’università la musica non cambia: i soldi non ci sono, datevi da fare per trovarli!
Come salvare un' università dalla crisi finanziaria? Come diversificare ed aumentare i flussi d’entrata?
I singoli atenei, non potendo più contare sulle casse dello stato, stanno da tempo sperimentando il ricorso ad altre fonti di finanziamento, che possono essere le imprese, le banche, gli enti locali e le tasche degli studenti. Anche se gli esiti delle strategie adottate dipendono dai rispettivi contesti normativi ed economici, vi è tuttavia una tendenza già affermata ed in continua espansione: l’aumento generalizzato delle tasse a carico degli studenti. Negli Stati Uniti le tasse d’iscrizione nei college pubblici sono aumentate in media del 56% tra il 2001 e il 2006, anno in cui l’iscrizione a un corso di quattro anni costava in media $5,685. Perfino in Francia, dove l’iscrizione alla laurea triennale e al master costano rispettivamente €171 e €231, tra il 2001 e il 2009 si è registrato un aumento rispettivamente del 27% e del 70%. In Italia, tra il 2001 e il 2007 le entrate derivanti dalla contribuzione studentesca sono aumentate del 53,4%.
Gli aumenti sono stati ovunque sensibilmente maggiori all’inflazione, tuttavia perchè le tasse a carico degli studenti diventino una consistente risorsa finanziaria per gli atenei, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è necessaria la trasformazione dell’istruzione superiore in un servizio a pagamento. La risoluzione dei problemi finanziari dell’università causati dai tagli passa quindi attraverso l’affermazione del principio in base al quale gli studenti sono tenuti a pagare il costo della loro istruzione.
E’ quello che è avvenuto nel 1997 in Gran Bretagna. I pesanti tagli (riduzione nei fondi per studente del 36% tra il 1989 e il 1997) stavano portando il sistema universitario sull’orlo del collasso. Il primo governo New Labour decise quindi di porre fine alla gratuità del sistema d’istruzione superiore stabilendo nella cifra di £1.000 l’ammontare della tassa di iscrizione. Il limite fu innalzato nel 2006 a £3.000. L’attuale governo ha già annunciato dei tagli tra il 5% e il 20% che verranno applicati in seguito alle elezioni politiche, insieme all’ulteriore innalzamento del limite a £7.000 a partire dal 2013.
Ed è quello che sta avvenendo in Italia. All’inizio degli anni ’90 si posero le premesse per la fine della gratuità dell’istruzione superiore affermando il principio in base al quale gli studenti sono tenuti a contribuire al finanziamento del sistema universitario secondo dei tetti massimi stabiliti dal ministero (legge n.537/93). Nel 1997 (DpR 306/1997) il tetto massimo alla contribuzione studentesca venne reso flessibile, fissandolo nella percentuale del 20% del FFO (la principale quota del finanziamento statale). Dieci anni più tardi, la Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica del Ministero dell’Economia, invitava a innalzare il limite al 25% (doc. 2007/3 BIS): alla continua crescita delle spese degli atenei dotati di autonomia finanziaria, non corrispondeva un adeguato incremento del FFO. Nel 2009, ben 27 atenei su 61 non rispettavano il tetto del 20%. La Statale di Milano, dove quest’anno le contribuzioni studentesche si attestano al 30% del FFO, è la sesta università pubblica più costosa d’Italia. Il problema che si sta ponendo è evidentemente quello di aumentare il livello di tassazione in maniera tale da riuscire a coprire i pesanti tagli decisi dal governo (l. 133/2008). Siccome l’ulteriore aumento dei costi renderebbe l’università inaccessibile e, per quello che interessa ai baroni e al governo, implicherebbe una diminuzione degli iscritti, l’unica soluzione sarebbe la stessa che è stata usata in Gran Bretagna: l’indebitamento degli studenti attraverso i prestiti concessi dalle banche. I prestiti d’onore esistono già. Sono stati introdotti nel 2003 da BancaIntesa con un progetto sperimentale rivolto agli studenti di alcune università. Nel dicembre 2007 il ministero delle Politiche giovanili ha fatto sua l’iniziativa all’interno del progetto “diamogli credito”, che permette ai giovani dai 18 ai 35 anni la possibilità di accedere ad un finanziamento al tasso del 5,80%, coperto per metà dal Ministero e per metà dalle banche. Il ricorso al prestito erogato dalle banche per poter accedere all’istruzione superiore potrebbe presto divenire la prassi. Gli strumenti esistono già e la riforma attualmente ferma alla Commissione del Senato ne prevede l’ampliamento. Si tratta dell’unica parte del disegno di legge (art. 4) su cui maggioranza e opposizione concordano. Ovviamente la possibilità di ricorrere all’indebitamento degli studenti con le banche come soluzione ai problemi finanziari dell’università si sta facendo strada nel dibattito pubblico attraverso un discorso ben più accattivante. L’innalzamento delle tasse e il ricorso al prestito d’onore risponderebbero infatti al principio di equità sociale: permetterebbero di favorire l’accesso all’istruzione superiore da parte dei poveri e di potenziare il diritto allo studio. Come ci fanno sapere Perotti, Checchi e Rustichini (la voce.info), il sistema attuale, caratterizzato da una bassa contribuzione (il che è già di per sé discutibile) a carico degli studenti e da un sostegno pubblico al diritto allo studio molto limitato, si poggia sul trasferimento della ricchezza dai poveri (che pagano le tasse allo Stato ma i cui figli non possono frequentare l'università) ai ricchi (i cui figli frequentano l’università a basso costo). Bisognerebbe quindi aumentare le tasse, anche raddoppiarle, e introdurre la “tassa del laureato”: lo studente si indebita per potere frequentare l’università e, quando avrà trovato lavoro inizierà a restituire quanto deve con gli interessi. Si tratta esattamente della stessa argomentazione usata dai New Labour nel 1997 per portare le tasse da £0 a £1000 e per introdurre i prestiti. Come spiegò in seguito l’allora Ministro dell’Istruzione, “higher education did not raise sufficient resources to prevent a collapse in the system [..] We literally had to bite on the bullet of charging fees, and we had to do it very quickly because we knew that if we didn't we would not get it through Parliament”. Al di là delle giustificazioni ideologiche, i risultati sono sotto agli occhi di tutti: il governo inglese taglierà presto i fondi all’università e aumenterà le tasse a £7.000, e chi si è immatricolato quest’anno, quando le tasse ammontano ancora a £3000, concluderà gli studi con un debito di £23,000. Il debito studentesco continua a crescere, così come le tasse. Negli Stati Uniti il livello di indebitamento medio dei neolaureati è ancora più alto e aggravato dagli interessi a tasso variabile. Sono migliaia le persone che non riescono a estinguere i debito. Una bella ipoteca sul futuro dei laureati. Alla faccia del diritto allo studio e dell’equità sociale.
martedì 13 aprile 2010
Ci salverà il capitalismo verde ?
16 aprile h 17.00 @ facoltà di agraria, via Celoria 2

Fra collasso biologico, crisi economica, crisi climatica e crisi democratica c'è da perderci la testa. Sicuro c'è da agire e c'è da farlo in fretta. alcuni sostengono che possa esserci una speranza nel rinverdirsi del capitalismo, altri nel neo-primitivismo, altri ancora nel welfare state climatico, molti altri ancora non sanno sinceramente dove sbattere la testa.
presentando il secondo numero di sottotraccia discuteremo di tutto questo assieme ad Alex Foti(attivista ed autore del libro Anarchy in the Eu) ed ai ragazzi della ciclofficina "a ruota libera, che inaugura la sua cicloteca.
ovviamente a seguire se magna e se beve

Fra collasso biologico, crisi economica, crisi climatica e crisi democratica c'è da perderci la testa. Sicuro c'è da agire e c'è da farlo in fretta. alcuni sostengono che possa esserci una speranza nel rinverdirsi del capitalismo, altri nel neo-primitivismo, altri ancora nel welfare state climatico, molti altri ancora non sanno sinceramente dove sbattere la testa.
presentando il secondo numero di sottotraccia discuteremo di tutto questo assieme ad Alex Foti(attivista ed autore del libro Anarchy in the Eu) ed ai ragazzi della ciclofficina "a ruota libera, che inaugura la sua cicloteca.
ovviamente a seguire se magna e se beve
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